“Melanconia e speranza”: riflessioni sul Risveglio

By on 11-03-2014

Melancolia, 1894-1896

Questa è una riflessione maturata nel dicembre di due anni fa mentre frequentavo ancora l’Università.  Cominciava a serpeggiare in me la consapevolezza che qualcosa non andava, e dopo due anni questa consapevolezza si è ancora di  più rafforzata.

Siamo solo dei numeri?

Abbiamo davvero imparato qualcosa dalla nostra storia? Assieme a questi interrogativi vorrei condividere con voi non solo la melanconia per ciò che è stato il passato, ma anche la speranza che noi torneremo ad essere gli artefici del nostro destino in un’epoca nella quale tutti i riferimenti tradizionali sono confusi e spesso anche capovolti.

 

Cammino nella pioggia. Tutto scivola via; quelle voci di studenti con la rabbia nel cuore e con la tristezza negli occhi riecheggiano sole nella mia testa. Vane sono state quelle proteste cancellate dalla pioggia come se fosse un sogno.

Nel silenzio che ammorba i corridoi dell’Università ovattati come la neve che ricopre gli alberi d’inverno si accende in me un sentimento di rassegnazione e di mestizia, misto alla placida serenità di un ragazzo il quale, pur con mancanze e imperfezioni, ha fatto laboriosamente la sua parte per aggiungere un buon tassello all’interno del multiforme mosaico della società.
Anche quest’anno si avvicina Natale che con i suoi luccichii e i suoi regali mi riporta ad atmosfere lontane e al tempo stesso liete e conosciute.
La mercificazione consumistica segna il suo apice in questo periodo di feste, eppure oltre l’incanto dorato delle merci si erge attorno a me una società divisa, solitaria, sempre più impoverita ed egoista.
I valori comunitari che  sopravvivevano in quella che gli antichi romani chiamavano “communitas” oggi sono sepolti sotto alle macerie di esistenze vuote che come automi si spostano e transitano all’interno dei negozi, discount e centri commerciali.
Il disagio di tanti ragazzi che come me aspirano ad un’esistenza migliore di rado viene ascoltato da parte di una generazione di adulti, che, formatasi sulla base delle conquiste libertarie del ’68, non è riuscita ad apportare nuova “linfa etica” all’interno di una globalità sociale sempre più falsa e narcisistica.

Più passano i giorni e più prende forza in me la convinzione che il Natale non sia solo un’occasione per festeggiare ma soprattutto un momento dell’anno che ci porti a riflettere su ciò che stiamo facendo e su ciò che lasciamo fare agli altri. Sembra che il “must” predominante, l’unico output accettabile sia quello di festeggiare. Ma festeggiare cosa?
Un bambino che nato a Betlemme in una mangiatoia 33 anni dopo sarà crocifisso da parte di un’umanità che al suo posto ha preferito salvare “Barabba”? D’accordo, lasciamo perdere l’aspetto religioso e volgiamo lo sguardo a quello sociale e politico dei nostri tempi: festeggeremo forse il record di disoccupazione giovanile in Italia consolidatosi negli ultimi mesi?

Festeggeremo una politica che pianifica un futuro sempre più incerto per l’Università, garantendolo invece alle guerre a suon di miliardi per finanziare soldati e cacciabombardieri? Leviamo tutta questa patina di ipocrisia, cari amici lettori, qui non c’è nulla da festeggiare, c’è da rialzarsi tutti assieme risvegliando le nostre coscienze ammorbate da un inutile consumismo e utilizzare le nostre energie per creare un modo alternativo di far vivere la nostra società.

Risveglio però non significa violenza atavica in stile hobbesiano, come avveniva nelle rivoluzioni “vecchio stile”: risveglio significa la possibilità di realizzare forme di protesta condivise ed eclatanti in grado di ridare voce agli oppressi utilizzando nuove strumenti di linguaggio; oggi per cambiare non servono di certo le bombe della violenza terroristica, che oltre ad essere disumane  obbediscono al gioco dei nostri oppressori! Invece serve uno scossone possibile soltanto attraverso nuovi gesti e pratiche sociali condivise che ci porteranno a non essere più presenti solo come cittadini-consumatori, ma ad essere presenti finalmente  come “persone”. La persona deve riacquistare quella dignità ontologica e relazionale che ha perso esaurendosi all’interno di un circo mediatico, che , come un immenso Truman Show, l’ha ipostatizzata a merce virtualmente scambiabile con qualsiasi altra cosa e quindi sempre più controllabile da una forza di bio-politica globalizzata (Foucault docet).

Se la visibilità mediatica conta, il cambiamento non va operato dall’esterno del sopracitato circo mediatico, bensì dal suo interno, presupponendolo e rovesciandone dialetticamente i presupposti e le impalcature, democratizzandolo veramente creando una forma di “censura”, anzi di “cesura” buona ed efficace che faccia da contro-potere alle lobbies che finora hanno fatto  di tutto pur di limitare in maniera apparentemente democratica le libertà dei popoli.

 

traffic in the city

L’ingiunzione sfrenata al godimento che le strategie del marketing globale cercano di “iniettare” nei singoli non ci rende migliori e tanto meno più liberi.

Diventiamo schiavi anche se non ce ne accorgiamo, diventiamo “cattivi”, proprio come indicato dall’originale etimo latino “captivus”, cioè “prigionieri” inconsapevoli come fiere ammaestrate, bisognosi e scalpitanti alla ricerca di nuove merci che ci diano l’illusione di essere “cool” per distinguerci dalla massa. Tutto questo dispositivo invece ci fa annegare nella standardizzazione e nell’anonimato numerico del consumo sfrenato, senza “ethos” e senza legami con chi ci sta vicino. La consapevolezza razionale di tutto ciò è all’inizio pesante da sopportare, tuttavia è l’unico strumento che ci può portare a quel rovesciamento dialettico da me tanto invocato che capovolga il concetto di “ragione della forza” con quello di “forza della ragione”. Si scavalcherebbe così ogni presupposto fatalistico e fideistico e le nostre assopite coscienze di uomini si riapproprierebbero dello “scettro dell’agire”.
Se il comportamento della nostra classe politica e dirigente grazie alla distorsione del dispositivo mercificante-spettacolare ha portato solo menzogna, impunità e diseguaglianza sociale, l’unico vero modo per contrastarlo è instaurare razionalmente un processo in cui la figura del leader come VIP  non sia più al di fuori al singolo individuo, ma anzi ne faccia parte: ognuno dovrebbe imparare ad essere il leader di se stesso, connettendosi con gli altri suoi simili e cercando sempre pacatamente nuove forme di confronto e di soluzione dei problemi.

Dalla delega a chi vuole potere e dominio alla condivisione di responsabilità con gli altri in quanto consapevoli della preziosità del nostro essere “unici” e al tempo stesso “parti di un tutto” che nessun uomo sulla Terra ha il diritto di dominare per i propri interessi egoistici.

In tutto ciò un elemento che può essere nostro alleato, nonostante le imperfezioni che lo animano è “Internet”: la rete del “World Wide Web” al di là dei pericoli e dei lati negativi che essa reca con sé, porta anche molte occasioni positive di progresso morale e civile per l’intero genere umano. Se utilizzata in modo responsabile e intelligente, la rete può diventare veicolo di auto-coscienza per milioni di cyber-cittadini del pianeta, i quali, oltrepassando le barriere geografiche e culturali, condividono idee e progetti su come edificare un nuovo mondo dal basso nel quale sradicare lo status quo delle architetture politiche ed economiche sovranazionali, infestate da banche, multinazionali e poteri forti di vara natura.

Se la classe dominante borghese a partire dalla fine del XVIII secolo ha costruito la propria fortuna sul possesso individualistico dei beni economici e dei mezzi di produzione, oggi la vera chiave di volta per poter far parte della futura “classe dirigente” è, e sempre di più sarà, il concetto dell’accesso come possibilità virtualizzata e condivisa di ricevere quell’insieme di conoscenze e informazioni che possono modificare il modo di organizzare le nostre vite mentre transitano in quella rete globale di relazioni sociali, reali e virtuali al tempo stesso. La cultura Open Source, le Wiki, oltre a siti Internet nei quali conoscenze specialistiche vengono condivise liberamente e gratuitamente dagli utenti per tutti gli altri utenti, come ad esempio il sito della “Khan Academy” (www.khanacademy.org)  sono un esempio concreto di come questo mutamento sia già in atto, anche se ancora molto rimane da fare. La conoscenza è un’arma potentissima, e se utilizzata in modo armonico e coerente farà diventare obsolete le  dicotimie di servo e padrone, leader e massa che lo cerca, ricco e povero.

Il cambiamento che la rete porterà all’umanità del terzo millennio sarà lento ma inarrestabile: i vecchi dispositivi biopolitici, sia quelli mercificanti-mercatistici, che quelli legalistico-securitari saranno armi spuntate pronte a soccombere non appena una “massa critica” di cittadini del pianeta prenderà coscienza che ormai il “dado è tratto” e il mondo non è più appannaggio di leader e salvatori che “messianicamente” risolveranno i nostri problemi senza l’intervento dell’opinione pubblica costituita dai cittadini. La “cyber-democracy” esige un rapporto di parità gerarchica e funzionale tra la massa e il leader, facendo sì che quest’ultimo perda quella legittimazione quasi divinizzante di cui ha goduto nell’epoca che ha visto l’accaparramento inconsulto di risorse depredate dall’ambiente, grazie allo sfruttamento sfrenato dei combustibili fossili, già nella fase di esaurimento.

Quest’epoca così piena di ingiustizie compiute anche rovinando l’ambiente sta per concludersi poichè, come enuncia una legge della fisica, spesso citata dal giornalista Giulietto Chiesa, “una crescita infinita in un sistema finito di risorse è impossibile“: la logica conseguenza di tutto ciò è che questo sistema capitalistico costruito sul possesso delle ricchezze da parte dei “furbetti del quartierino” si è già incrinato  (lo testimonia la recente crisi finanziaria conclamata dal fallimento della Lehman Brothers nell’autunno del 2008) e  sarà messo fuori gioco dalle leggi della Natura e della fisica entro i prossimi 30 anni.

Tutti i presupposti politici, economici e finanziari che hanno tenuto in piedi questo sistema fatto di mercificazione imperante, guerre, sangue e persone spogliate dalla loro dignità per mantenere i privilegi di pochi devono essere messi radicalmente in discussione, ora più che mai. Rifacendomi ancora al pensiero di Giulietto Chiesa, dalla logica dell’egoismo e della competizione sfrenata dovremo muoverci verso quella della condivisione e della solidarietà, tenendo conto anche dell’impronta ecologica che riveste il nostro agire nel mondo.

Tutta questa consapevolezza per tradursi in cambiamento attivo ha bisogno di un importante tassello: occorre abbattere i muri dell’ipocrisia e del conformismo che ancora troviamo celati in noi prima di riuscire a cambiare fisicamente la “fisionomia morale” della società intera.

Mentre ho scritto tutto ciò la storia ha nel frattempo proseguito il suo tortuoso cammino, chissà, forse anche con qualche piccola goccia di speranza nel confuso oceano del divenire.

 

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