Epicuro e la ricerca della felicità

By on 7-26-2017

                                                                      Epicuro

Epicuro, filosofo greco a cavallo tra il IV e il III secolo a. C, scrive a Meneceo una lettera in cui espone quella che secondo lui rappresenta l’essenza della vita: la ricerca della felicità.

Dalle sue parole emerge come la felicità sia fondamentale e naturale per qualunque essere vivente. In natura, infatti, non esiste un essere che non rifugga il dolore ricercando il piacere.

Il piacere presentato però non ha una natura esclusivamente materiale, ma anche spirituale, e non esiste un momento in cui tale ricerca possa concludersi. Egli, inoltre, espone al suo discepolo una visione degli Dei e della morte che agevola questo processo.

Qualunque animale, se riflettiamo, si avvicina sempre a ciò che lo rende felice, non si giudica e non giudica gli altri, e non si preoccupa della morte. Non è portato neanche a chiedersi se è felice oppure no, perché perseguendo senza alcuna esitazione ciò che gli porta piacere, lo sarà inevitabilmente.

Leggiamo un estratto di questa celebre lettera e riflettiamo:

                                                                      

“Lettera sulla felicità”

“Epicuro saluta Meneceo,

[] Nessuno è troppo giovane o troppo vecchio per la salute dell’anima. Chi dice che non è ancora giunta l’età di filosofare o che è già trascorsa, è come se dicesse che non è ancora o non è più l’età per essere felici. Cosicché devono filosofare sia il giovane, sia il vecchio: questo perché invecchiando rimanga giovane nei beni, per il ricordo gradito del passato; quello perché sia insieme giovane e vecchio, per l’assenza di timore di fronte al futuro: bisogna dunque esercitare ciò che procura la felicità, perché se abbiamo questa, abbiamo tutto, ma se manca, facciamo tutto per averla.

I precetti che ti ho continuamente raccomandato mettili in pratica ed esercitali, ritenendoli il principo fondamentale di una vita felice. [] Considera la divinità un essere immortale e beato […] e non attribuire ad essa nulla che sia estraneo all’immortalità o diverso dalla beatitudine: anzi, pensa riguardo a essa tutto ciò che possa conservarne la beatitudine congiunta all’immortalità. Gli dèi esistono: perché la loro consocenza è evidente; ma non esistono nel modo in cui i più li concepiscono, perché non conservano la nozione che ne hanno. Empio non è chi non riconosce gli dèi del volgo, ma chi agli dèi applica le opinioni del volgo. […]

Abituati a pensare che la morte per noi è nulla: perché ogni bene e ogni male risiede nella possibilità di sentirlo: ma la morte è perdita di sensazione. Per cui, la retta conoscenza che la morte per noi è nulla rende piacevole che la vita sia mortale, non perché la prolunga per un tempo infinito, ma perché la libera dal desiderio dell’immortalità. Non c’è infatti nulla di temibile nella vita per chi ha la profonda convinzione che nulla di temibile vi è nel non vivere più. Cosicché è folle chi asserisce di temere la morte non perché quando sarà presente gli arrecherà dolore, ma perché è l’attesa che gliene provoca. Ciò che non ci inquieta se presente, ci affligge infatti vanamente quando lo si attende. Il male, dunque, che più ci atterrisce, la morte, è nulla per noi, perché quando ci siamo noi c’è la morte, e quando c’è la morte noi non siamo più. Pertanto essa è nulla per i vivi e per i morti, perché per quelli non c’è, e questi non sono più. Ma la gente ora fugge la morte come il più grande dei mali, ora la cerca come la fine dei mali della vita. <Il saggio invece non rifiuta la vita>, né teme l’assenza di vita: perché non si oppone alla vita e non ritiene un male il non vivere più. E come cerca non il cibo più abbondante, ma quello più gradevole, così gode non del tempo più lungo, ma di quello più dolce. Chi invita il giovane a vivere bene e il vecchio a morire bene è stolto non soltanto per ciò che di piacevole vi è nella vita, ma anche perché l’esercizio del vivere bene e del morire bene è il medesimo. Ancor peggio chi dice: bello non essere nato, ma, una volta nato, al più presto varcare le soglie dell’Ade. […]”

Traduzione dal testo originale tratta da: Epicuro, “Lettera sulla felicità”, Biblioteca Universale Rizzoli, prima edizione digitale 2010

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