La Dislessia non è un disturbo visivo, ma una difficoltà ad associare lettere e suoni

By on 10-09-2016

La prima descrizione medica della dislessia risale al 7 novembre 1896, quando il dottor W. Pringle Morgan descrisse il caso bizzarro di un 14enne sveglio e intelligente, Percy F.

<< La sua maggiore difficoltà è la lettura … Nel firmare scriveva ”Precy” invece di ”Percy”… Sembra incapace di memorizzare e conservare l’impressione visiva prodotta dalle parole, dopo averle lette, per lui non significano niente>> e Morgan conclude con un affermazione positiva << Grazie a un’applicazione costante, il difetto è superato>>.

Gli scienziati, dopo più di un secolo sono ancora affascinati dal paradosso della difficoltà di imparare a leggere, ma la neuroscienza getta nuova luce sul problema, dichiarando che si può alleviare ma rimane incurabile.

Oggi non è più considerato un disturbo visivo, difatti, non solo incontrano difficoltà con la scrittura, ma fanno fatica anche a collegare il suono di alcune parole con il significato.

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John Gabrieli, neuroscienziato cognitivo americano, ritiene che sia un disturbo del linguaggio, più che della vista, ma per fortuna ritiene che il problema non rappresenta un grosso ostacolo nella vita quotidiana.

La scrittrice Sally Shaywitz, autrice del best seller ‘Overcoming Dyslexia: A New and Complete Science-Based Program for Reading Problems at Any Level, sostiene che la difficoltà non è legata al significato, ma ai suoni del linguaggio, difatti, durante la lettura stabiliamo una somiglianza tra le immagini delle lettere scritte e i suoni che già conosciamo.

Una persona dislessica ha difficoltà nello scomporre ciò che sente nelle singole unità di suono, ad esempio, il termine ”casa” è formata da due sillabe e da quattro fonemi: c, a, s, a. Per chi non riesce a riconoscere la parola pronunciata come un insieme di suoni, la parola perde di significato, faticando a richiamare le relative informazioni archiviate nel cervello.

Gabrieli continuò con gli studi e analizzò delle immagini cerebrali di alcuni bambini, dislessici e non, che avevano il compito di decidere quali coppie di parole facevano rima e quali no, esaminando i soggetti dislessici anche due anni e mezzo dopo quel test. Notò che quelli che erano migliorati di più mostravano, nella corteccia prefrontale destra connessioni più forti, parte legata alla memoria visiva e l’attività risultò più intensa.

Quest’area del cervello è utilizzata sempre meno dai lettori esperti, la loro mente è allenata in modo da smettere di analizzare le parole ed è in grado si reagire quasi istantaneamente all’intero termine, traducendo lettere in suoni.

Gabrieli suggerisce che per aiutare un bambino dislessico è necessario enfatizzare un approccio più visivo, come nelle tecniche di lettura veloce. Si può chiedere al bambino di scegliere parole che cominciano con lo stesso suono o rimino tra loro.

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